La regione che attende l’atomo

La dipendenza energetica della regione Campania è, oramai, stabilmente superiore ai due terzi. Ovvero: per cento unità di fabbisogno, oltre sessantasei devono essere importate dall’esterno. Questa propensione all’importazione, le cui dimensioni avrebbero dovuto costituire un campanello d’allarme già da qualche tempo, è la risultante del cumularsi di due negligenze diverse: quella del governo e delle istituzioni nazionali e quella della Regione Campania.
Della prima negligenza basterà ricordare qualche peccatuccio oramai sedimentato e quasi rimosso: un decimo, circa, della produzione nazionale di energia si disperde nel suo percorso lungo la rete; e questa percentuale non tende a diminuire. Ne deriva che gli utenti finali degli altri nove decimi sono costretti ad accollarsi i costi dell’energia dispersa, senza che questi siano “addebitati” ai responsabili.
nucleare_tAncora: nessuna regione ha messo seriamente mano all’esecuzione dei piani energetici regionali per la parte concernente l’utilizzo di fonti alternative all’energia elettrica. In altre parole tutte le regioni hanno recitato il rosario della necessità di utilizzare le fonti eoliche, fotovoltaiche, solari e a gas, ma, a oggi, non sappiamo quanto, nel medio periodo, esse costituiranno un’alternativa effettiva alla produzione elettrica. Infine: la solarizzazione dei condomini, e cioè la tendenza conclamata a incentivare l’uso di energia solare per civili abitazioni, si scontra con la pervicacia ostinatezza dell’Enel che, dopo gli spot mediatici di famiglie felici e di energia pulita, di fatto, pone mille difficoltà a chi ha intenzione di solarizzare la propria abitazione. Oggi, in Italia, l’energia solare conta per poco più dell’uno per mille nel complesso delle fonti energetiche utilizzate dalle famiglie. Questo il quadro nazionale. Ma, si ribatterà, il governo ha, da poco, abbracciato l’opzione nucleare. Ci arriveremo tra poco; per ora basti rilevare che, anche se l’Italia si caratterizzasse per standard di produttività giapponesi, ciò non potrebbe avvenire prima di dieci-dodici anni. E veniamo alle negligenze di casa nostra. Il disavanzo energetico della regione viene da lontano e non tanto dalla sua incapacità di programmare oggi fonti alternative di produzione di energia, quanto, innanzitutto, dal mix perverso di un insipiente spreco del territorio e di un perverso utilizzo delle risorse idriche. Partiamo dal secondo fenomeno. Se uno dei sessantamila pozzi censiti in Campania si trova entro dieci chilometri dalla costa e “succhia” acqua dal sottosuolo in malo modo, esso raggiungerà due obiettivi perversi: creerà un fenomeno di subsidenza, in altre parole la terra si assesterà a un livello più basso e il pozzo sarà definitivamente salinizzato. Risultati? Due in uno: si è desertificato e cancellato l’uso agricolo del territorio.
Cosa c’entra la dipendenza energetica? C’entra, c’entra: secondo stime unanimemente accettate, un’area campana a doppia coltivazione, ad esempio di barbabietola e grano, consuma, di media, 120 kilowattora annui. Quando essa muta di destinazione, se mal sfruttata e utilizzata, si manifesteranno vari effetti congiunti: spesso il suo utilizzo per la costruzione d’immobili e sempre una diversa occupazione del precedente utilizzatore. Dunque un incremento sensibile della domanda di energia, almeno cinque volte quella originaria.
Continuano questi fenomeni sciagurati a manifestarsi nella nostra regione? Certamente si; anzi si acuiscono. Un protocollo internazionale introdotto nel 1987 in Inghilterra, quello dell’ESA, l’Environmentally Sensitive Areas, consente l’elaborazione delle cosiddette Carte delle Aree Sensibili alla Desertificazione. Ebbene per la Campania le elaborazioni rilevano che il livello di desertificazione è aumentato in cinquanta anni di sette punti, dal due al nove per cento e che oltre la metà del processo di desertificazione non dipende tanto dal rialzo della temperatura, quanto dal cattivo utilizzo del territorio.
Inoltre stime realistiche e prudenti dell’Ires Campania indicano che il tasso di deforestazione in Campania aumenta ancora consistentemente, peggio fanno solo Puglia e Sardegna, e che nel prossimo quinquennio le terre sottratte alla vegetazione o all’agricoltura aumenteranno del nove per cento.
Ne discende che, fermi restando tutti gli altri effetti perversi di natura sociale, la decadenza del territorio è la prima più importante causa d’incremento del fabbisogno energetico. Lo spreco del primo induce un consumo del secondo. E ancora: quanto meno si disegna una politica del territorio e dell’energia in attesa della famigerata energia nucleare, tanto maggiore sarà la necessità di produrla. Le nostre mancate, o cattive scelte, causano nocive conseguenze economiche per i nostri nipoti.
E passiamo, brevemente, a un’altra fonte d’induzione dei consumi di energia per la quale eccelliamo: il circuito, e il relativo business, degli imballaggi di carta e di cartone. In Italia, attualmente, si producono quasi due milioni e trecentomila tonnellate d’imballaggi, dei quali meno della metà è riciclato e di essa solo il sei per cento è riutilizzato. Il resto finisce negli inceneritori. Per intuirne il costo, il lettore consideri che nel nostro paese il costo dell’imballaggio contenuto nel prezzo di un litro di latte si aggira tra il dieci e il quindici per cento. Non male come “tassa sul macinato” rispetto a società civili che sono tornati alla sana, rimpianta bottiglietta di vetro. Ancora, un televisore di grandezza media necessita, nel suo ciclo completo di produzione, di oltre sette chilogrammi d’imballo di cartoni vari. Lo spreco è sociale non aziendale: più l’imballo è leggero meno costa al produttore. In Germania la Grundig è costretta a imballaggi non superiori al chilogrammo; in Italia la medesima ditta imballa con pesi quattro volte superiori. Il “chilo tedesco” costa, si intuirà, assai più del “chilo italiano”.
Ebbene in questa sagra dello spreco e dei ricavi la Campania primeggia. Della produzione nazionale di cartoni per imballaggi la nostra regione conta per una percentuale vicina al ventidue per cento.
E così il combinato d’inefficienze distributive, di deforestazione e di desertificazione e di produzione di cartone aumenta annualmente la dipendenza energetica della regione.
Ma v’è da stare tranquilli: è vero che non s’intravede nessuna politica del territorio e delle risorse idriche, di vincoli ai produttori, di governance del boicottaggio dell’ENEL alla solarizzazione; ma tanto, tra pochi lustri, ci costruiranno una bella centrale nucleare proprio in Campania.In fondo, non fare nulla, è, come sentenziava il dottor Stranamore, imparare a non preoccuparsi e ad amare la bomba.

Ugo Marani
Repubblica Napoli | 18 aprile 2010

Commenti

 
0 #1 claudio luongo 2010-04-21 16:02
I cittadini più avvertiti sono consapevoli del "disastro" in atto ma la lettura dell'articolo di Marani contribuisce ad esaltare il senso di frustrazione e di impotenza che si manifesta in parti minoritarie della popolazione. Resta, comunque, sconvolgente l'analisi dei dati emersi perchè si prende consapevolezza che basterebbe un minimo di corretta e civile gestione del bene pubblico per restituire un minimo di qualità di vita della cittadinanza. Purtroppo,l'amara conclusione dell'articolo non credo sia contestabile, stando il livello di indifferenza o meglio di igmoranza dei cittadini che, forse, leggono come lontana e catastrofista ogni proiezione anche concreta come quella delineata da Marani. Che dire? citando, a conclusione, una poesia cinese del quattordicesimo secolo: dove andranno a finire le frecce dei miei arcieri?
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