L’Europa e la “shock doctrine”

Una famosa scrittrice no-global canadese, Naomi Klein, pubblicò, nel 2007, un libro dal titolo emblematico: Shock Economy. La tesi dell’eterodossa studiosa era, e la Klein prendeva spunto da quanto era appena successo a seguito dell’uragano Katrina su New Orleans, che il metodo privilegiato per imporre radicali misure di ingegneria sociale ed economica consisteva nell’utilizzare i momenti di traumi collettivi.
Il volume era talora poco analitico, ma l’idea che esistesse una vera e propria economia da post-shock avrebbe meritato ben altra attenzione. Ma si trattava di una visione radical, e come tale è stata scarsamente valutata da chi si trincera nelle sicurezze interpretative dominanti, specie se accompagnate dal compitino di una buona dose di equazioni e di stime econometriche del tutto irrilevanti.
  finanzaMa proprio in questi giorni, subito dopo le perturbazioni che hanno interessato l’Unione Monetaria Europea, la sua valuta e in maniera rilevante la Grecia, la tesi della “shock economy” assume una rilevante capacità interpretativa.
Per dirla tutta: la crisi finanziaria che abbiamo attraversato nell’ultima quindicina di giorni sta modificando radicalmente e irreversibilmente il quadro della politica economica europea. Quanto una simile mutazione imprimerà stabilità di lungo periodo alla valuta comunitaria non è ancora dato sapere; di certo è che la nuova Europa sarà di sicuro meno “mediterranea” e ridimensionerà, indiscutibilmente, il ruolo delle finanze pubbliche nazionali nelle politiche di riequilibrio territoriale. Il Mezzogiorno e la Campania sono avvisati.
Ma proviamo a scrivere la storia di quest’ultimo tumultuoso periodo secondo un canovaccio leggermente diverso da quello che ogni giorno ci viene ammannito.
Alla fine del primo trimestre del 2010 l’Europa dell’euro sembrava trarre un esiguo sospiro di sollievo: la fase terribile della crisi internazionale, innescata dalle follie del mercato finanziario americano, pareva aver esaurito la sua ondata di urto. L’Europa comunitaria, un po’ meno l’Italia e qualche altro paese, ne usciva con le ossa rotte ma, tutto sommato, ancora viva. La disoccupazione era cresciuta ovunque, ma il sistema bancario, con la dovizia d’interventi nazionali di salvataggio o di difesa preventiva della capitalizzazione, non aveva bruciato ricchezza dei risparmiatori.
Il costo, se di costo si può parlare, che l’Europa pagava all’attenuazione della crisi era un marcato appesantimento delle finanze pubbliche. Era, si badi bene, un appesantimento differenziato ma generalizzato che coinvolgeva tutti i paesi, dalla Germania alla Finlandia, dalla Francia alla Grecia. In media i bilanci comunitari passavano da un sostanziale pareggio a sei punti percentuali di disavanzo. Era un costo inevitabile? Certamente si. Lo stesso Fondo Monetario Internazionale, che oramai da un ventennio tartassava i paesi emergenti debitori con gli asfissianti principi della finanza sana, apriva, dopo il macello statunitense, qualche varco analitico alla discrezionalità della politica fiscale. Ma solo nel breve periodo. Keynes, dalla sua nuvoletta, non si sentiva riabilitato ma, di certo, un po’ meno vituperato.
Ammesso (e non concesso) che il nuovo stato dei disavanzi europei fosse deteriorato o fosse considerato tale dai governanti europei, sarebbe state necessarie molta sagacia e molta accortezza: il saper discernere la componente fisiologica da quella patologica dell’aggravamento dei bilanci, gli intenti di stabilizzazione del ciclo da quelli di mero trucco contabile, la consapevolezza che non sempre “pubblico è cattivo” e che non sempre, anzi quasi mai, le valutazioni del mercato finanziario sono corrette.
Un’autorità reputata e credibile, sensibile agli squilibri regionali e territoriali dell’Unione, si sarebbe uniformata al principio del “natura non facit saltus”, piuttosto che al terrorismo da shock economy.
Dunque l’allarmismo da angoscia da prestazione (fiscale) è prevalso tanto nella Commissione Europea quanto nelle gelide stanze della Banca Centrale Europea. Il lettore che avesse il tempo (e il coraggio) di ripercorrere l’infinita serie di rapporti, di convegni e di occasional paper delle due istituzioni troverà una tesi unica, la cui ripetitività ci consente una facile sintesi: con il Patto di Stabilità l’Europa, come Fitzcarraldo con la sua nave, si era incamminata con i suoi disavanzi verso la metà del pareggio di bilancio. Per i burocrati di Bruxelles e Francoforte questo traguardo era appetibile quanto la costruzione del teatro dell’opera in Amazzonia. La crisi, dunque, è stata, in questo itinerario, una pausa; a denti stretti abbiamo dovuto sopportare i bilanci pubblici in libera uscita.Ma ora la ricreazione è finita: saranno i mercati finanziari, stabilendo con i differenziali di rendimento dai titoli tedeschi, che decideranno quanto ora la Grecia, ma poi il Portogallo, la Spagna, l’Irlanda e l’Italia siano affidabili e solvibili. E così quegli stessi mercati e quelle stesse istituzioni che le vicende di Lehman Brothers, di Goldman Sachs, di Moody’s erano stati sconfessati, tornano per incanto a essere legittimati. Come? Diamine: valutando i titoli e speculando; e in economia se tutti pensano che il pomodoro pelato al supermercato esaurirà, di certo sparirà.La scellerata (ri)legittimazione di queste istituzioni, più che le preoccupazioni politiche della Merkel, sono alla base del dramma sociale greco e dell’angoscia che ancora avviluppa le piazze europee.
E veniamo a noi. La shock economy ci propina oggi, con la nuova versione del Patto di Stabilità, un’assoluta assenza di discrezionalità di bilancio, specie in quei paesi mediterranei sotto l’occhio del ciclone. Il ministro del Tesoro, che autoincorona il nostro governo per i successi diplomatici di Bruxelles, ha preannunciato una mega manovra finanziaria di 25 miliardi di euro di riduzione del disavanzo. E ora, Dio ce ne scansi e liberi, dovremo anche discuterla preventivamente in sede comunitaria.
Se tanto ci da tanto saranno prestazioni sociali, finanziamenti territoriali, sostegno al reddito e spese per l’istruzione a subire, tra poco, un ulteriore ridimensionamento. E il Mezzogiorno non confina con la Padania.

Economia e Politica | 25 maggio 2010

 


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