Area orientale, quanti progetti sono rimasti lettera morta

Accompagnato da una folla di corifei e da frettolose promozioni accademiche fa il suo esordio sulla scena mediatica il progetto NaplEST-Viva Napoli vive. Si tratta di un progetto d’intervento mirante a trasformare e valorizzare la zona est di Napoli e che dovrebbe coinvolgere un’area vasta compresa tra i quartieri di Poggioreale, San Giovanni, Barra e Ponticelli.
L’appeal dell’iniziativa è, a prima vista, indubbio: 265 ettari di territorio, affidati al coraggio di imprenditori privati, senza ricorrere a finanziamenti pubblici, con una creazione di occupazione, a interventi maturati, di oltre 26 mila unità. Un passo inedito in una città in cui poco si muove senza la benedizione politica dei finanziamenti pubblici.

Essendo tra coloro che hanno sofferto nel vedere il degrado della zona orientale saremmo, dunque, propensi ad accodarci al coro degli entusiasti del varo di NaplEst. Tuttavia, l’esame della storia impone al ricercatore umiltà, vieta promozioni affrettate e costringe a verificare se le cause di insuccesso del passato siano state rimosse o se, invece, drammaticamente, permangano.  ponticelli_tE la storia della zona orientale è una storia complessa, segnata da fallimenti programmatori, da illeciti pubblici e privati, dalle strategie di proprietari che anelano a partecipare ai guadagni della speculazione immobiliare. E la storia di Napoli Est, oltre a consigliera di umiltà, è affascinante e istruttiva. Da almeno quarantanni: dopo che il Piano Regolatore del 1972 aveva, con spatola e pastello, ricolorato e modificato le destinazioni d’uso a vantaggio di proprietari e costruttori, nasce il Centro Direzionale. Tra l’idea e la realizzazione si attuò una delle più grandi operazioni speculative sulle proprietà fondiarie. Tra i protagonisti: società assicurative, banche, imprenditori del mattone. Cominciava allora il grande dibattito pubblico sulla zona orientale. L’oggetto: le grandi trasformazioni urbane rappresentano il luogo in cui tutti gli squilibri territoriali, di speculazione, prima fondiaria e poi immobiliare, producono disuguaglianze sociali, emarginazione nella ristrutturazione dei cicli produttivi e riproduttivi, in nome di una logica astratta di ricollocazione di funzioni.
E tre passaggi di questo dibattito sono degni di menzione. In primo la straordinaria intuizione del progetto Tecnonapoli, forgiato nel 1989 in una ricerca nata dalla convenzione tra i chimici della CGIL e la Facoltà di Architettura dell’Università Federico II, con un’idea innovativa: la costruzione di un polo Tecnologico e scientifico (TecnoNapoli) per incrementare la ricerca e la competitività delle imprese regionali. Non se ne fece nulla: troppo poco lucrativo. E successivamente la proposta di Napoli 2 del vulcanico Cirino Pomicino, con la promessa di in immenso cantiere e di una manna di cinquemila miliardi di lire di finanziamenti. Con grande efficacia e saggezza gli risponderà, di lì a poco, Bruno Discepolo: “il vuoto istituzionale viene dunque occupato da chiunque sia in grado di proporre un qualsivoglia progetto che abbia un benché minimo contenuto (illusionistico): fa capolino la cosiddetta “urbanistica dei promotori”. Nascono così formule fortunate, dalla “città infinita” (una specie di megalopoli sottovuoto) ai “superluoghi” (contenitori concettuali multiuso per architetture firmate, residenziali e non residenziali) in grado di veicolare anche contenuti rilevanti verso finalità a dir poco deludenti». Il limite: quello opposto di Tecnapoli. E infine, nel 1997, il varo di Napoli orientale, società consortile per azioni, nata dal contratto tra Comune, Unione Industriali, Confcommercio, Confartigianato e IMI. Obiettivo: la rinascita e la valorizzazione dell’area orientale e il risanamento sociale del territorio. Risultati: nessuno; era tutto in mano alla politica.
Queste, in breve, le pillole di umiltà che la storia della zona orientale costringe, nessuno escluso, a deglutire: si pone l’enfasi solo sul contenitore, mai sui contenuti.
E veniamo ai trionfalismi di NaplEst. I fallimenti della zona sono riconducibili all’incapacità dei vari estensori di rispondere ad alcuni quesiti centrali, la cui elusione parrebbe invalidante dell’intero progetto.
Quanto l’iniziativa è in grado di ricevere un’adesione sociale che non sia ristretta ai meri interessi degli imprenditori che si apprestano a intervenire? Che idea si sono fatti essi stessi del futuro di una città che vive su commercio e pubblica amministrazione? Come si raggiunge la fantasmagorica cifra di ventiseimila nuovi posti di lavoro? Quali deroghe di cubature si richiedono al Piano regolatore della città? Che fine faranno i vecchi insediamenti tradizionali e artigianali del territorio? Si pensa che nuovi ipermercati, abitazioni residenziali, un po’(o un tanto) di verde e l’ennesimo palazzo della cultura o della musica siano la panacea per quartieri la cui dimensione civile è ai minimi storici? O, forse, la nuova occupazione sarà prevalentemente di vigilantes come nei resort dei Caraibi?

Ugo Marani
La Repubblia Napoli | domenica 13 giugno 2010

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