Idee per la città …lo sviluppo possibile

comunicazione_idee_pOgni volta che si affrontano le determinanti della crisi di una grossa entità metropolitana, nel nostro caso quella di Napoli, si chiamano in causa tre ordini di responsabilità diverse: quelle statuali, quelle della regione e quella dell’istituzione comunale.
Su questo siamo tutti d’accordo: nessuno negherebbe una profonda relazione tra intervento dell’amministrazione pubblica, gli indirizzi finanziari e allocativi della regione e il grado di benessere del comune partenopeo.

Le divergenze, tuttavia, nascono quando si cerca di precisare i nessi di causalità. Per spiegarci: è la situazione di crisi della città di Napoli spiegabile per intero con il contesto delle politiche economiche nazionale e regionale o, invece, esistono limiti strutturali e perduranti nella gestione della cosa pubblica partenopea?
Storicamente gli amministratori della città, non ultimi quelli attuali, hanno teso a privilegiare la prima ipotesi, ovvero che il quadro di riferimento nazionale abbia costituito il principale fattore di inasprimento della crisi della città, tramite il depauperamento dell’industria pubblica o l’assottigliarsi di finanziamenti alle amministrazioni locali. All’opposto vi è chi, pur consapevole della scarsa attenzione che alla città è riservata a livello nazionale, imputa agli amministratori della città responsabilità non inferiori a quelle dei governi nazionali.
La critica assume declinazioni diverse ma, di certo, alcune paiono più pregnanti e fondate:  

a) L’assenza di un modello strategico identificabile.
La continuità sostanziale della giunta comunale per un decennio circa non è mai riuscita ad esplicitare gerarchie di obiettivi, di breve e di medio periodo, che consentissero ai cittadini di capire dove si volesse “andare a parare”. La cultura dell’emergenza è risultato il solo dato distinguibile, tralasciando di fatto la circostanza che la sommatoria di troppe urgenti decisioni di breve periodo stabiliscono, di fatto, una cattiva strategia di lungo periodo.

b) La mancanza di un sogno collettivo condiviso.
Ogni grande metropoli, europea o statunitense, che abbia dovuto registrare il peso della deindustrializzazione manifatturiera nell’area urbana ha dovuto mobilitare risorse, finanziarie e intellettuali, per una riconversione produttiva che fosse socialmente accettabile e condivisa. È successo a Pittsburgh, Dresda, Jena, Barcellona, solo per citare gli esempi più evidenti. Solo Napoli e Glasgow hanno fallito in tale progettualità. E non è un caso che Glasgow sia la cornice in cui si distendano le straordinarie ambientazioni di Ken Loach sull’esclusione sociale. Noi non abbiamo nemmeno quelle. La zona orientale e Bagnoli sono moniti assordanti.

c) L’attrazione di una mediocre imprenditoria.
La classe dirigente napoletana si è di certo dovuta misurare con un ceto imprenditoriale poco incline al rischio e molto legato alla committenza pubblica: una casta brava a predicare il mercato ma pronta a razzolare sui finanziamenti pubblici. La mancanza di qualità è certamente un’attenuante se tale imprenditoria è di rado frequentata e se i suoi servigi sono centellinati. Se, invece, tali frequentazioni sono sistematiche e se la relazione è privilegiata, l’attenuante si trasforma in un’aggravante.

Queste le tre principali critiche.  Forse non sarebbe nemmeno serio che un programma di governo per la città ci prometta di superarle miracolisticamente. Ma che ne ammetta l’esistenza non dispiacerebbe all’elettore.


Ugo Marani
intervento al seminario della Fondazione Sudd idee per la città …lo sviluppo possibile” | martedì 5 ottobre 2010

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