Un territorio da riqualificare per una crisi partita da lontano

campania_af_p“Risale ormai a trent’anni fa la deindustrializzazione della regione che ora sta vivendo la crisi Fincantieri. Con conseguenze drammatiche per l’economia e l’occupazione
Il motivo alla base del fallimento dei progetti per le aree di Napoli Est e di Napoli Ovest (Italsider) è lo stesso: il completo stravolgimento della vocazione storica dei due territori, ovvero l’industria”

L’osservatore che voglia comprendere le cause della gravità del degrado sociale e produttivo della città di Napoli si astenga dal concentrarsi immediatamente sui fenomeni più macroscopici della crisi attuale.

La tentazione è forte: nessun’altra grossa metropoli del paese esibisce una mescolanza, come quella partenopea, di disoccupazione e di degrado sociale. Muova da più lontano, cercando di cogliere le patologie di oggi come il portato di un decadimento ormai ventennale, dei fenomeni di depauperamento industriale e della bassa terziarizzazione della città che a quel processo è succeduta.

af_fig.1_pLa deindustrializzazione ha origini oramai trentennali: di certo, il fenomeno è compiuto negli anni Novanta, quando la crisi dell’industria pubblica è palese e l’illusione industrialista del ventennio precedente logorata. Chiudono gli stabilimenti di Bagnoli dell’Italsider, dell’Avis di Castellammare, della Montefibre a Acerra e Casoria. Scompare per intero il settore chimico, che si concentrava nell’area est di Napoli, a cominciare dalla Snia Viscosa, il polo corn­preso tra Casoria e Arzano e i grandi marchi del settore agroalimentare, come la Cirio e la Peroni. A sud è successo alla Metalfer, alle Officine Torresi, aIl’ex Dalmine e, poi, al polo tessile, secondo un triste rosario che si è sgranato sino alla crisi attuale di Fincantieri.

Con un simile processo non solo si decapitava un ganglio vitale dell’industria italiana, ma si originava un vuoto produttivo che solo una nuova strategia di sviluppo del territorio avrebbe dovuto colmare, ma che, a decenni di distanza, ancora latita.

I vuoti erano e sono manifesti a levante e a ponente della città: da un lato di progetti per Napoli est si parla oramai da trent’anni, senza che la bonifica dell’area sia stata avviata e dove investitori privati, autonomamente, hanno cominciato a riutilizzare capannoni e vecchie costruzioni in disuso. L’oggetto dello stallo è, tutto sommato, semplice: tutte le iniziative di edificazione nell’area, anche le più recenti, ipotizzano volumi di cubature edilizie incompatibili con i vincoli urbani. E, in alternativa, non si è mai riusciti a incentivare iniziative che prescindessero dall’edilizia residenziale.

af_fig.2_pA ovest, nella zona in cui si situava l’Italsider, il problema è parzialmente diverso: alla Società di Trasformazione Urbana preposta alla bonifica e alla ri­conversione dell’area non sono stati forniti poteri di valorizzazione autonoma. Segue che la vendita dei lotti avviene in un contesto di monopolio bilaterale in cui i potenziali compratori desertificano le aste fin tanto che i prezzi non saranno quelli che le lobby sono disposte a pagare.

A ben vedere il motivo del fallimento della riqualificazione delle due aree è il medesimo: lo stravolgimento della vocazione storica dei due territori, ovvero l’industria. Non che fosse possibile replicarla secondo i canoni desueti della manifattura tradizionale: si sarebbero dovuti rispettare i dettami delle nuove tecnologie, dell’innovazione e della ricerca, così com’è avvenuto in processi simili a Berlino, a Pittsburgh, a Dresda, a Londra e, in parte, a Barcellona. A Napoli si è pensato che giardini, alberghi e edilizia residenziale fossero i contenuti più plausibili del risanamento, coni! risultato di omologare le nostre periferie a quelle di Glasgow e dell’hinterland scozzese, quelle mirabilmente descritte da Ken Loach.

In quest’impasse è ovvio che taluni fenomeni siano, al tempo stesso, causa ed effetto del depauperamento. L’imprenditoria napoletana, storicamente poco propensa al rischio, è stata, di fatto, privata di un progetto socialmente condiviso e di una governance adeguata da parte di istituzioni concentrate solo su ciò che passava il convento delle occasioni esterne: la Coppa America, ultima tra tutte. In tale vuoto l’impresa privata ha mantenuto la propria inclinazione storica verso il mattone e verso l’edilizia, declinandola nella costruzione d’ipercentri commerciali e in forme obsolete di terziarizzazione mediocre.

A proposito di megadistribuzione, la cintola daziaria della città è stata circondata, nella semi-circonferenza che va da Pozzuoli sino a Nola, e passando per Afragola e Acerra, da una costellazione di centri di vendita assordanti e mediocri, spesso occasioni di riciclaggio, culminanti nella bruttura minacciosa del Vulcano Buono, opera non immortale di Renzo Piano.

af_fig.3_pLa terziarizzazione, dal canto suo, non è nata come la naturale evoluzione verso il “quaternario” dell’industria avanzata sognata dal meridionalismo di Francesco Compagna, quanto come servizi che nascono invece e non grazie alla manifattura. Attività, dunque, che nulla hanno a che fare con il processo di formazione del reddito, ma solo con il suo consumo. Come ha giustamente osservato la Svi­mez la fragilità del sistema produttivo elimina, nel caso di Napoli, i potenziali vantaggi della grossa dimensione urbana.

Solo se consapevole dei limiti storici della struttura economica della città, l’osservatore potrà passare a esaminare proficuamente la dimensione e l’acutezza del problema sociale urbano: l’ammontare effettivo della disoccupazione giovanile, la di­mensione del l’inattività femminile, i livelli di precarizzazione, il numero che di famiglie in condizioni di povertà assoluta e di povertà relativa, il disagio di lavoratori dipendenti e di pensionati tradizionalmente esenti da gravi ristrettezze finanziarie, la fuga dei laureati migliori verso il Nord. E allora egli percepirà l’appeal che i poteri alternativi e criminali continuano ancora a esercitare sulle nuove generazioni.

Ugo Marani
La Repubblica | Affari & Finanza | lunedì 20 giugno 2011

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