Un articolo per la rivista BIO's sul Lavoro che verrà.

Lavoro, come prepararsi a quello che succederà nei prossimi anni.

Che lavoro faranno i nostri figli?

Giovanni De Falco, presidente Ires Campania

 

Il Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere in collaborazione con l’Agenzia Nazionale Politiche Attive Lavoro (Anpal) del Ministero del Lavoro, nel tempo ha sempre più evidenziato il problematico incontro tra domanda ed offerta di lavoro che, nel 2018, ha riguardato il 26% degli oltre 4,5 milioni di contratti di lavoro che il sistema produttivo aveva intenzione (!!!) di stipulare. L’ultimo rapporto (marzo 2019) elenca una serie di figure professionali di difficile reperimento sul mercato: insegnanti di lingue, analisti e progettisti di software, specialisti di saldatura elettrica, agenti assicurativi, elettrotecnici. Lo sviluppo tecnologico sta incidendo anche sulle competenze richieste ai lavoratori: in futuro a oltre 9 profili su 10 sarà associata la richiesta di competenze digitali.

 

In particolare, il possesso di competenze digitali viene richiesto a quasi il 60% delle figure professionali, ma la competenza è richiesta con grado elevato al 62,5% delle professioni specialistiche, al 58% dei dirigenti, al 53,9% delle professioni tecniche e al 49% degli impiegati. La capacità di utilizzare linguaggi e metodi matematici e informatici viene ritenuta necessaria per il 51% delle entrate programmate.

Ma parliamo di nuove figure professionali? O parliamo di figure che dovrebbero già essere disponibili al servizio di questo mercato del lavoro e che invece non si riesce a (ri)definire per via di competenze mai sviluppate?

È uno studio dell’Ocse a dire che il 14% dei lavori in trentadue economie sviluppate sono ad alto rischio di automazione, un altro 32% degli impieghi sarebbe solo leggermente meno in pericolo. Rischiano di più quanti lavorano nell’industria alimentare, nelle costruzioni, nelle ditte di pulizie e nel settore agricolo.

Resta però un gap fra il mondo dell’istruzione e quello del lavoro. A questo mercato del lavoro in fase di sviluppo, di rapido sviluppo e trasformazione, il sistema scolastico, universitario e formativo non è più in grado di sviluppare e creare competenze.

Di qui in avanti dovremo affrontare due questioni di non poco conto: la prima, dare sostanza e risposta all’attuale mercato del lavoro che chiede sviluppo e integrazione di competenze per il completamento delle attuali figure professionali scarsamente reperibili; la seconda, predisporre il sistema scolastico e formativo alle professioni del futuro, ai nuovi lavori che ancora non conosciamo perché ancora non inventati, dobbiamo inventare una risposta alla domanda: «che lavoro faranno i nostri figli?».

La scuola, insomma, deve necessariamente cambiare e diventare “smart”, ovverosia racchiudere in sé un mix di qualità indispensabili. Devono cambiare le classi, quelle di oggi, frontali, sono obsolete, devono aprirsi e trasformarsi in laboratori di sperimentazione e collaborazione.

Anche il ruolo dell’insegnante deve essere ripensato: da tramite, attraverso il quale apprendere, a coordinatore a quello di guida e motivatore.

La scuola deve diventare il luogo dove scoprire e provare a risolvere problemi, dove sbagliare, cadere e imparare a rialzarsi. Deve tornare a essere una palestra dove poter giocare e allenarsi. Perché è proprio lì, nella nuova scuola, che si inventano le professioni del futuro.

Essere “curiosi”, essere “creativi” ed essere “intraprendenti”, sono queste le tre principali attitudini attorno alle quali deve essere strutturata l’attività di insegnamento, in un contesto nel quale il sapere è facilmente accessibile e condivisibile attraverso la rete e le tecnologie.

Noi siamo ancora nelle condizioni di cercare professioni, oggi, con competenze e saperi prodotte da un sistema formativo che non ha compreso la portata dell’allarme lanciato dagli esperti, per anni, sulla carenza di competenze digitali.

Avevano sottolineato come fossero pochi i lavoratori formati per coprire posti di lavoro ad alto contenuto tecnologico e che la mancanza di un'alfabetizzazione digitale di base avrebbe impedito al Paese di prosperare nell'economia digitale. In risposta, soltanto oggi si propongono diversi programmi innovativi per stimolare l'alfabetizzazione e le competenze digitali.

Molti giovani, però, avevano capito, e hanno preferito emigrare verso altre Università, verso quelle del Centro Nord o verso quelle straniere perché le nostre università hanno perso di senso, non riescono a proporre percorsi di orientamento e, quel che è peggio, hanno perso le relazioni con un difficile, bisogna ammetterlo, mercato del lavoro. Il rapporto scuola / università / imprese non funziona.

In questi ultimi anni i percorsi di formazione universitari hanno prodotto una offerta a dir poco sconcertante lavorando su profili professionali, magari anche di grandi contenuti, ma totalmente scollegati con le esigenze ed i fabbisogni del mercato del lavoro locale e delle imprese.

L’alta formazione universitaria avrebbe la possibilità di colmare molte lacune sia nella ricerca, sia nelle competenze, sia nelle trasformazioni delle organizzazioni del lavoro, ma la prima da colmare è quella di definire obiettivi e finalità formativi utili ai fabbisogni delle imprese e del mercato del lavoro.

Uno studio realizzato per il Progetto ERACLITO[1] che definiva nuove figure professionali, derivanti da analisi dirette sul mercato del lavoro in termini di fabbisogno, che si poneva la domanda di come creare le nuove competenze e come rafforzare ed aggiornare quelle similari già presenti nel mercato del lavoro, propose di destrutturare il sistema universitario attraverso un percorso che potesse attingere saperi e competenze svincolandosi dai percorsi universitari istituzionali per, invece, navigare nelle discipline, nelle materie proprie dell’offerta universitaria acquisendo nel percorso le competenze utili per costruire o aggiornare il proprio profilo professionale, con libero accesso al percorso a chiunque volesse farlo. Non limitandosi cioè ai soli allievi dell’accademia, ma a tutti coloro che erano già inseriti nel mondo del lavoro, a chi aveva concluso già i suoi studi universitari, a chi pur avendo concluso il suo percorso scolastico avesse voluto partecipare ad un sistema di formazione continua a garanzia dei propri livelli di conoscenza e saperi collegati ad una professione o a più professioni. Non basta più avere delle solide competenze in un solo campo, è necessario impadronirsi di skill diverse combinando competenze umanistiche, tecniche e scientifiche. I talenti vanno contaminati. La diversità diventerà ricchezza. Nell’ufficio del futuro convivranno lingue, culture e talenti diversi.

Secondo diversi esperti, nel prossimo futuro non sarà più tanto importante il titolo di studio in sé, quanto invece le competenze che ogni lavoratore sarà in grado di mettere sul tavolo al momento del colloquio e dell’eventuale prova. E soprattutto quelle che saprà formarsi poi negli anni a venire. Perché un dato cambia le prospettive future: i giovani in media, secondo alcune stime, cambieranno lavoro all’incirca ogni 4/5 anni.

Ci saranno le nuove frontiere del lavoro e le sostituzioni negli uffici del settore pubblico. L'occupazione che verrà, sarà soprattutto per figure con elevate competenze e alti titoli di studio e la polarità del mercato si acuirà ancora, tanto che a rimetterci, nei prossimi anni, saranno le figure intermedie.

Le aziende punteranno sempre di più su chi avrà saperi di alto livello e competenze di stampo hi-tech. Cercheranno dirigenti, professionisti specializzati e figure tecniche. Lo faranno, per provare a essere competitive in un mercato che si va globalizzando senza pause.

Ci vorranno progetti di formazione perenne. La disoccupazione non potrà più essere uno spauracchio, ma si dovrà imparare a gestirla. Forse anche per questo occorreranno nuovi lavori.



[1] Progetto ERACLITO PON nazionale 2012 finanziato dal MIUR. Relizzato in partenariato da Università degli Studi di Napoli Parthenope; Università degli Studi della la Basilicata; IRES Campania; Cesvitec azienda speciale della CCIAA di Napoli; Elis informatica. Per la particolare metodologia adottata fu richiesto e firmato un accordo di collaborazione con Italia Lavoro.

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