Lo Smart Working. L’evoluzione della specie.

 nell'ambito dell'iniziativa

Osservazioni e riflessioni sui cambiamenti del nostro sistema ante e post virus.

 

Lo Smart Working. L’evoluzione della specie*.

Gianni De Falco, presidente Ires Campania

 

Nel 1993 chi scrive, insieme con altri studiosi, partecipò alla stesura della prima ricerca sul Telelavoro[1] in Italia occupandosi della sua possibile applicazione nell’Area Metropolitana di Napoli[2]. Altri tempi, da pionieri, infatti la prima regolazione del Telelavoro in Italia si ebbe nel 1998 (legge n. 191).

In molti confondono il Telelavoro con l’attuale Lavoro Agile (Smart Working). Il telelavoro prevede lo spostamento della sede di lavoro dai locali aziendali ad altra sede (di solito l’abitazione del lavoratore), ma il dipendente è vincolato a lavorare con postazione fissa e con gli stessi orari d’ufficio.

 

 

Il Lavoro Agile prevede che la prestazione lavorativa possa essere eseguita in azienda e/o fuori, senza prestabilire postazioni fisse. Senza vincoli di spazio e tempo, solo i limiti di durata massima dell’orario di lavoro giornaliero e settimanale, così come da legge e contrattazione collettiva. 

Sono molto interessanti i risultati di una ricerca condotta nel 2018 dall’Osservatorio sullo Smart Working del Politecnico di Milano da cui risultavano attive 480mila unità di lavoro pari al 12,6% del totale occupati. Tuttavia, la diffusione di questa modalità di lavoro ha trovato varie resistenze.

La ricerca del 1993 rilevava la maggiore possibilità di diffusione del Telelavoro nella PA. L’Osservatorio rileva (2019) che soltanto il 16% delle PA ha avviato progetti strutturali di Smart Working (12% di lavoratori coinvolti), il 40% non ha avviato alcun progetto, il 31% è incerto e il 7% è semplicemente disinteressato.

Sembrava, prima della crisi da Virus, una occasione mancata che, invece, con l’emergenza è letteralmente esplosa impedendo la totale “ferma” del Paese.

L’applicazione di questo metodo di lavoro ha spopolato nel settore privato e l’82% delle grandi imprese non si è fatta trovare impreparata. A ruota, la PA si è trovata costretta ad una forzatura, che, nonostante le apparenze, ha dato discreti risultati.

Lo Smart Working, secondo stime, porta ad un incremento della produttività per lavoratore pari al 15% e a risparmi strutturali (gestione spazi fisici) pari al 30%.

I lavoratori dichiarano anche di aver raggiunto un miglioramento nell’equilibrio tra lavoro e vita per l’80%. Oltre a questa situazione di natura sociale, i benefici in termini lavorativi rilevano una più alta qualità del lavoro (31%).

Gli Smart Worker si dichiarano al 39% completamente soddisfatti per il lavoro in autonomia che svolgono a fronte del solo 18% dei lavoratori tradizionali.

Le misure adottate nel periodo di gestione del lock down, suggerite in termini normativi dai numerosi DPCM, hanno portato ad un esplosione di questo metodo di lavoro, l’incertezza sugli andamenti della pandemia suggerisce a molte imprese e a qualche PA di non arretrare rispetto alla sperimentazione, volontaria o indotta, nell’applicazione dello Smart Working.

La sensazione è che la situazione del dopo virus non potrà più tornare a quella dell’anno passato e questa “modalità d’uso” delle risorse potrà più ampiamente affermarsi.

Gli effetti prodotti sul sistema urbano (trasporti e mobilità) e ambientale (abbattimento delle sostanze inquinanti e recupero della salubrità naturale) potrà determinare anche il ridisegno della pianificazione territoriale passando attraverso le modificazione del rapporto uomo/lavoro.

E’ una evoluzione del sistema.

Si pongono a questo punto alcune osservazioni circa la qualità del sistema delle reti di comunicazioni che, oggettivamente, in alcune parti del Paese (ancora non raggiunte dalla banda larga, dalla rete digitale e neanche da quella analogica) hanno determinato un digital divide che ha costretto all’inabilità di alcuni lavoratori e a condizioni di assenze virtuali per il sistema scolastico.

Si può parlare di Smart Working, ma bisognerà ancor più parlare di sistema Paese che determini condizioni di partità sociale e tecnologica.



[1] Il telelavoro,  a cura di G. Scarpitti e D. Zingarelli, Franco Angeli, Milano 1993.

[2] Op. cit. pp. 335 e segg.

 

* per la rivista Speaker

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