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La riduzione delle disuguaglianze economiche e sociali, le disuguaglianze che colpiscono le donne e il riconoscimento del lavoro di cura

A cura di Gianni De Falco, presidente Ires Campania.

tratto da: In salute, giusta, sostenibile. Ripensare l'Italia dopo la pandemia. sbilibri21. 2020.

 

In Italia le disuguaglianze di reddito e ricchezza sono gravemente cresciute. Il maggior potere del capitale sul lavoro, l’ascesa di un “capitalismo oligarchico” dominato dalle famiglie dei super-ricchi, l’individualizzazione delle condizioni economiche e sociali, l’arretramento della politica e della sua capacità di redistribuzione sono i meccanismi di fondo che hanno alimentato le disuguaglianze.

Alla base della ricostruzione del paese dopo l’emergenza ci deve essere un accordo su come si distribuiranno i risultati dei sacrifici fatti durante la crisi; la riduzione delle disuguaglianze dev’essere al centro di un nuovo “patto sociale”.

 

 

Da un lato i redditi e la ricchezza dei più ricchi devono essere ridimensionati con misure fiscali e con interventi sulle attività, come la finanza e la grande proprietà immobiliare, che generano posizioni di rendita e i cui benefici vanno in gran parte ai più ricchi.

Il numero di italiani che vivono in povertà assoluta, con meno di 800 euro al mese al Nord, 600 euro al Sud per una famiglia composta da una persona, deve scendere a zero, con le misure di aumento dei salari e di garanzia del reddito.

Per quanto riguarda i redditi da lavoro, si può concordare che un divario accettabile tra il più alto e il più basso reddito sia di non più di 20 volte. Era così negli anni Settanta, ora i divari sono dieci volte più grandi. Nel settore pubblico si può stabilire che gli stipendi dei manager pubblici non possono superare questo livello.

Per le imprese private, quelle che non rispettino queste linee-guida possono essere escluse dalla possibilità di partecipare agli appalti pubblici e di godere di incentivi e sgravi fiscali: le disuguaglianze estreme pongono costi a carico della società che prima o poi devono essere coperti da risorse pubbliche. Inoltre, garantire i servizi pubblici universali ha l’effetto di aumentare l’uguaglianza tra i cittadini che ricevono servizi pubblici in base ai loro bisogni e non in base alla loro capacità di spesa.

L’emergenza ha messo in luce in modo drammatico il diverso impatto della pandemia sulle vite quotidiane di donne e uomini e la necessità di cambiare a fondo i rapporti tra donne e uomini, la vita delle famiglie e delle persone. Con la pandemia si è aggravato il carico di lavoro domestico e di cura svolto dalle donne, anche questa una attività essenziale per la società, ma che resta abitualmente invisibile e ignorata. Nella situazione di chiusura in casa, si moltiplicano inoltre i rischi di violenza sulle donne. Sul lavoro, occorre evitare che le donne siano le più colpite dalla crisi dell’economia in termini di occupazione, salari, protezione sociale.

La pandemia deve essere l’occasione per riconoscere la centralità della riproduzione sociale, della responsabilità della cura delle persone, ma anche dell’ambiente.

Occorre riconoscere pienamente l’importanza del lavoro domestico e di cura e riorganizzare il welfare per alleggerire il carico svolto dalle donne. Allo stesso tempo la conciliazione tra tempi di lavoro e di cura, sia per gli uomini che per le donne, deve ricevere più attenzione, considerando anche la riduzione dell’orario di lavoro.

Una prospettiva di uguaglianza tra donne e uomini, ma anche tra le donne che svolgono il lavoro domestico e di assistenza familiare, molte di queste migranti, e le donne che ricevono tali servizi, richiede una (ri)considerazione complessiva delle forme della riproduzione sociale.

Tuttavia, l’obiettivo non può essere semplicemente il conseguimento dell’uguaglianza o della parità di genere, bensì, come ci ricorda il movimento femminista, il rovesciamento di un paradigma che non tiene conto dell’ambito della cura come terreno fondamentale su cui ripensare le relazioni umane e sociali.

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