Note per comprendere la crisi.

Note per comprendere la crisi.

Gianni De Falco, presidente Ires Campania.

 

lente-ingrandimento-contiLa società e l’economia sono attraversate dalla più grave crisi della storia repubblicana. L’emergenza sanitaria si è tradotta in emergenza sociale ed economica.

I primi settori colpiti sono stati quelli più direttamente interessati ai flussi di merci e persone, non a caso l’export del manifatturiero (in Campania -14,4%) e il settore del turismo (con la chiusura di alcune attività di alberghi, ristoranti e altre attività connesse).

Uno shock congiunto tra domanda ed offerta con ripercussioni pesantissime su fatturati, capitali circolanti, liquidità ed occupazione (-380mila posti di lavoro in tutto il Mezzogiorno).

Questi effetti, inizialmente confinati a specifici settori e territori, si sono propagati con inedita pervasività, e trasversalmente, a tutti i settori, territori, imprese, lavoratori.

Dopo il primo impatto del Covid19 Svimez valuta una possibilità di default (fallimento) delle imprese del Mezzogiorno quattro volte superiore alla media del Centro-Nord.

In base ai dati disponibili si tratta di circa 270mila imprese valutate inizialmente in una situazione di trend lento, che avrebbe permesso interventi di salvataggio per una gran quantità di esse, ma che di fronte ad una repentina ed improvvisa accelerazione della crisi (come pare prospettarsi)  avrebbero conseguenze difficilmente gestibili anche per la contiguità esistente tra micro imprese e lavoro irregolare o sommerso in larga parte presenti proprio nelle regioni meridionali. Si rischia di perdere circa 615,3milioni di euro sul PIL regionale, stima che potrebbe peggiorare se l’effetto Covid19 dovesse peggiorare nelle prossime settimane.

A circa due mesi dalla riapertura delle attività economiche, dopo il lungo lockdown, circa 20.000 imprese in Campania non hanno riaperto i loro battenti e restano a casa circa 52.000 lavoratori.

Le altre imprese che hanno riavviato le loro attività hanno subito un vero e proprio tracollo finanziario perdendo 28 miliardi di fatturato rispetto a quello registrato nello stesso periodo dei primi sei mesi dello scorso anno e 47.000 di esse dichiarano difficoltà tali da richiederne la chiusura (e alcune lo hanno già fatto) mettendo a rischio circa 140mila lavoratori.

I consumi risultano proiettati a circa 20 anni addietro. Nel solo primo trimestre il crollo è stato calcolato al 4%. Le vendite al dettaglio sono crollate per il 26%, con picchi significativi nel settore delle calzature, nei viaggi (siamo al 90%, vedi note sul turismo), nel settore dell’arredamento (-83,6%) e dell’abbigliamento. Reggono il settore della farmaceutica e delle trasformazioni alimentari.

I Comuni hanno registrato minori entrate per 120 milioni di euro.

Il settore turismo ha sofferto di una “stagione” insolitamente corta e nonostante Napoli figuri, per presenze e occupabilità camere, al primo posto tra le grandi città d’arte (davanti a Venezia, Firenze, Roma) ha registrato un mancato fatturato pari a -1,1milione di euro, 47% di prenotazioni annullate e una presenza turistica pari al -61,5% nello stesso periodo rispetto allo scorso anno. Altre zone della Campania come la Penisola sorrentina, la Costiera amalfitana, il Cilento e le Isole hanno registrato una “tenuta” complessiva con flessioni tra il 20 ed il 30% registrando la mancanza quasi totale di turisti stranieri (-1,7milioni di presenze) e fatturati appena sufficienti alla tenuta del sistema.

In ginocchio l’intero sistema di trasporti, gli aeroporti campani hanno registrato un calo superiore al 75% (recuperabile in circa quattro cinque anni), traghetti e aliscafi per le isole oltre il 90%.

Altro segnale di crisi da valutare è l’accesso al Reddito di cittadinanza percepito da 269mila famiglie in Campania (oltre 741mila persone coinvolte, il 20,3% dei beneficiari totali) e, di queste, circa 166mila nella sola Area Metropolitana di Napoli (quasi 500mila persone coinvolte).

Recentemente la Svimez nelle previsioni del PIL al 2021 indica tra le regioni più reattive la Basilicata (+4,5%), l’Abruzzo (+3,5%), la Campania (+2,5%) e la Puglia (+2,4%) a tirare il freno dell’economia meridionale restano la Calabria (+1,5%), la Sicilia (+1,3%), la Sardegna (+1,0%) ed il Molise (+0,9%).

Sembrerebbero tutti, comunque, dati positivi in valore assoluto se non fosse considerato il fatto che il calo del PIL che si registrerà a fine 2020 dovrebbe fissarsi sul -8,3% (o su di lì, proiezione Istat).

Per intanto la Campania chiude le scuole e le Università, vieta i cortei funebri e, per contrappasso, le feste pubbliche e private. Per ora fino al 30 ottobre, poi si vedrà…

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