UN PIANO DA RIFARE NON DA CORREGGERE.

UN PIANO DA RIFARE NON DA CORREGGERE.

Gianni De Falco, presidente Ires Campania e coordinatore AIM (Alleanza Istituti Meridionalisti)

 

nextUn pensiero antico quello che sottende l’ultima bozza del Recovery Plan. Non è vero che sono una serie di marchette concesse a destra e sinistra. E’ peggio, perché è intriso del luogo comune di un Sud tutto agricoltura e turismo, e della sua posizione logisticamente dipendente rispetto ai porti del Nord, senza un qualche confronto con i numeri che rendano le ipotesi avanzate compatibili con la situazione demografica, occupazionale, logistica del Mezzogiorno.

E poi l’altro pensiero dominante, anche tra parecchi ricercatori e policy maker che si sono occupati di Mezzogiorno, e cioè che il problema/opportunità si gioca sulla crescita di una classe dirigente adeguata, cosa che nel lungo termine è corretto, ma che nel breve non significa nulla. E infatti intervenire su scuola, tempo pieno, dispersione scolastica, parità di genere sono obiettivi assolutamente condivisibili ma che si pongono in un piano che si deve completare nel 2026, sanno di grida lanciate alla luna.

Poco, invece, si legge sul recupero della vocazione industriale dello stivale e delle isole, poco sulle Zes (Zone Economiche Speciali) manifatturiere, ormai varate ma ferme. Esse dovrebbero rappresentare il cavallo di Troia per sconfiggere la disoccupazione manifesta e quella nascosta, per passare dall’assistenzialismo del reddito di cittadinanza, che toglia la dignità alla gente, al lavoro produttivo utile all’area ma anche a tutto il Paese.

Una visione nel piano, già fallita, di un Mezzogiorno che si conferma area di supporto al Centro Nord, altro che visioni strategiche, altro che seconda locomotiva.

E in questa logica è più facile destinare risorse importanti a Genova e Trieste e dimenticare Napoli, Salerno, Gioia Tauro e Taranto, senza tener conto di quella rivoluzione della logistica del mare a seguito del raddoppio di Suez e dell’acquisizione del Pireo da parte della Cina.

Mentre il vero tema del Ricovery Plan è quello della diminuzione delle disuguaglianze, come non si stanca di affermare l’Unione Europea. Prima delle quali è quella della possibilità di accedere al mondo del lavoro. Invece i risultati che si attendono da questo piano parlano di percentuali di incremento di poche migliaia di unità, quando le esigenze sono dell’ordine di milioni (tre milioni soltanto nel Mezzogiorno).

Quindi in realtà ci si rassegna a continuare quel processo migratorio che porta 100mila persone all’anno a lasciare il Mezzogiorno, con una perdita di 20miliardi l’anno, costo della loro formazione sostenuta dalle Regioni di riferimento. 

In una logica vecchia che vede una agricoltura destinata a perdere addetti, anche se aumenterà il suo valore aggiunto. Che assiste a un turismo che, in un’ipotesi di raddoppio di presenze al Sud, da 80milioni di presenze, poco più del solo Veneto, a 160milioni, assolutamente improbabili, in assenza di una politica indirizzata, per esempio, alla creazione di Zes turistiche.

Queste, le Zes turistiche, se normate, dovrebbero accelerare la formazione di una struttura turistica che faccia mutare l’approccio del viaggio alla Goethe in industria turistica, che può dare qualche risposta seria alle esigenze dell’area, al di là delle posizioni massimaliste e ambientaliste dei paesi albergo, o del turismo slow. Perché un simile incremento eccezionale porterebbe, tra addetti diretti e indiretti, solo dai 200mila ai 400mila occupati in più. 

Per questo il piano va ripensato, non corretto, perché è proprio sbagliato nella sua concezione, né riprende le conclusioni del piano Colao, tanto strombazzato quanto con la stessa facilità accantonato.

I parlamentari meridionali facciano lobby perché con questo piano si gioca la possibilità di continuare a vivere in queste aree o scappare. Chiedano per ogni intervento una perequazione rispetto al Mezzogiorno in termini di occupazione e, se queste risposte non dovessero arrivare, provino a mettere in discussione tutta l’impalcatura, perché se alla fine dell’operazione ci deve consegnare una società ancora più diseguale avremmo magari utilizzato i 209miliardi, ma saremmo andati più velocemente dalla parte sbagliata, che non potrà che portare a nuovi populismi e ad individuare nemici esterni, l’Unione e l’euro saranno i candidati più probabili, a quelle che sono invece incapacità domestiche.

E nulla vieta che in situazioni sempre più difficili, dopo una pandemia che ci lascerà atterrati, movimenti indipendentisti o autonomisti, in contrapposizione a Regioni che continuano a chiedere autonomie rafforzate, prendano il sopravvento rispetto a un’idea di Paese che solo unito può rappresentare anche per l’Unione e per il Mediterraneo quel baluardo che serve all’Europa.

Il documento a prima firma del presidente della Svimez, Adriano Giannola, va in questa direzione, ma rischia di restare inascoltato, come tutte le prese di posizione di tanti intellettuali meridionali ma anche dei presidenti di Regioni del Mezzogiorno, che hanno dichiarato la loro insoddisfazione per un progetto che conferma il Sud come “colonia” di un Paese a due velocità.

Ma pare che tutto questo interessi poco i due maggiori partiti della coalizione che, per ragioni diverse, dovrebbero essere i paladini del Mezzogiorno. L’uno, i 5stelle, perché nasce prevalentemente con i voti del sud e l’altro, il PD, perché dovrebbe avere nel proprio carattere distintivo l’eliminazione delle disuguaglianze. 

Se tutto questo fosse vero sarebbe un errore che l’Italia pagherà caro.

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