Dio si fermerà ad Eboli... o un po’ prima?

Dio si fermerà ad Eboli... o un po’ prima?

Gianni De Falco, presidente Ires Campania e coordinatore AIM (Alleanza Istituti Meridionalisti)

 

locomotiva«Occorre che lo Stato si assuma tutto intero il peso e il merito dell’iniziativa per trasformare razionalmente il Mezzogiorno». La frase così incisiva è di Giovanni Amendola[1] che, in questo modo, nel 1919 riassume questo indirizzo. La riporta Gabriele Pescatore[2], in un testo predisposto per il Centocinquantenario del Consiglio di Stato nel 1981, che scrive «Nella corrente di idee che suol definirsi come meridionalismo, e che si incentra sulla figura di Giustino Fortunato, si profilano due tendenze: quella di Salvemini, che corre fino a Guido Dorso e ad Antonio Gramsci, che ipotizza il radicale mutamento dei rapporti di classe nella società meridionale ed italiana, attraverso la rottura del sistema; e quella di Nitti, Amendola, Sturzo che ripone la speranza nello sviluppo guidato dall’intervento pubblico e dalla programmazione e accetta, pur volendo modificarla, la realtà sociale e politica quale essa è».

Nella frase riportata da Pescatore di Giovanni Amendola vi è la filosofia del suo intervento e la lezione valida ancor oggi. Quella per cui il problema, io direi meglio l’opportunità, che rappresenta lo sviluppo del Mezzogiorno debba diventare l’obiettivo dello Stato, direi della classe dirigente del Paese.

Quella che si riconosce nei quotidiani nazionali, nelle associazioni datoriali e sindacali, nei partiti. Perché quello che poi il Governo adotta come approccio all’azione è frutto di tale clima.

Se oggi il Sud è ancora in questo stadio - voglio essere chiaro - la colpa non può essere che della inadeguatezza della nostra vera classe dirigente. Che certo non può essere quella dominante estrattiva che ha gestito il Mezzogiorno, con un accordo scellerato con quella dei Partiti nazionali, che hanno consentito lo strapotere delle lobbies locali, in cambio di quei voti (oggi li chiameremmo responsabili o costruttori), che hanno permesso maggioranze per gestire il Paese.

Non significa con ciò deresponsabilizzare il fallimento di una realtà che ha dimostrato tutta la sua incapacità di autogestirsi, con scelte di una classe politica spesso assolutamente inadeguata e frequentemente collegata anche alla criminalità organizzata, ma piuttosto di non dimenticare le scelte che sono state fatte in anni di gestione del nostro Paese, e che hanno penalizzato pesantemente lo sviluppo del Mezzogiorno. A cominciare dall’abbandono in cui versano le infrastrutture.

Qualcuno della vera classe dirigente del Paese poteva pensare che il Mezzogiorno si sarebbe potuto sviluppare anche in carenza di un collegamento autostradale che lo facesse avvicinare al centro del Paese?

Qualcuno poteva pensare che la carenza di collegamenti ferroviari potesse incoraggiare investimenti che provenissero dall’esterno dell’area?

Oppure che l’attrazione potesse avvenire in costanza di una criminalità organizzata che ha dominato ed ancora controlla molte delle aree del Mezzogiorno, spesso con l’accordo del Governo centrale che, come affermò il generale/prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, spesso lasciava i suoi servitori soli a gestire un fenomeno multinazionale?

Faremmo torto all’intelligenza di chi è stato nella sala comando dell’Italia post seconda guerra mondiale.

La verità è che il modello di sviluppo a cui si pensava, ed a cui ancora adesso alcuni “guerrieri giapponesi nostrani” pensano, quelli rimasti nella foresta senza essersi accorti che la guerra era finita, è quello del tracimare, quello del gocciolamento, della locomotiva che avrebbe trascinato tutto il Paese, quello di Guido Enrico Tabellini[3], non dimenticato rettore della Bocconi, che affermava «bisogna investire su Milano avendo pazienza ed accettando anche che Napoli non decolli».

Bene, anche a costoro l’Unione dice che con il Next Generation UE l’obiettivo principale deve essere quello della “diminuzione dei divari” e che di questo si deve fare carico il Paese.

Questo quadro è molto chiaro al Presidente incaricato, il professore Mario Draghi, che parecchie volte ne ha fatto cenno nei suoi interventi sia da Governatore della Banca d’Italia che da Presidente della BCE.

Adesso è in condizione di passare ai fatti, il che vuol dire che qualunque intervento che riguardi il nuovo indirizzo, che sia di digitalizzazione, o di interventi green, o di attenzione alla parità di genere, dovrà essere inquadrato all’interno di una logica della “diminuzione dei divari”.

Perché il vero problema che questo Paese ha e che può portarlo a un degrado uteriore e a quello di conflitti sociali Conflitti dovuti alla povertà che avanza, che per quanto attiene a tale indicatore le peggiori due Regioni d’Europa siano Campania e Sicilia.

Condizione che può portare il Paese a derive populiste che come un tumore in metastasi, anche se partono da una parte, aggrediscono tutto il “corpo sociale”. E purtroppo non credo che tale indicazione potrà partire dai partiti, che continuano invece a recitare un loro copione, già scaduto, non rendendosi conto che è cambiato lo spartito.

E nemmeno dalle parti sociali che sembra vogliano continuare una gestione fatta di buone mance, cassa integrazione e blocchi di assunzioni (padronali) e blocchi di licenziamenti (sindacali), che lasciano il Paese in una bolla in assenza di concrete proposte, mentre una crisi sanitaria (tutta politica) continua a fare morti.

La crisi, opportuna, anche se ha fatto gridare allo scandalo, deve ora servire non solo a cambiare passo ma anche direzione all’intervento del Recovery Plan.

Il Mezzogiorno, la seconda locomotiva d’Italia, riparta da Eboli, dove si era storicamente, socialmente, economicamente e politicamente impantanata, e si rimetta a correre verso Sud e verso Nord offrendo al Paese diversa velocità, nuove tappe e differenti prospettive.

Se anche il presidente Draghi non coglierà questa opportunità anche Eboli sarà stata una tappa inutile… ci fermeremo tutti molto più poveri e molto prima.



[1] Giovanni Amendola (Napoli, 15 aprile 1882 – Cannes, 7 aprile 1926) è stato un politico esponente del Gruppo Demo-liberale fu capo dell’opposizione costituzionale parlamentare al regime fascista, fu promotore anche dell’Unione Democratica Nazionale che ebbe diffusione soprattutto nel Mezzogiorno. Fu anche giornalista e accademico italiano. Morì esule in Francia a seguito delle conseguenze dell’ultima (Montecatini) delle tre aggressioni di squadracce fasciste cui fu sottoposto. Suoi figli sono Giorgio e Pietro, entrambi esponenti del Partito Comunista Italiano.

[2] Gabriele Pescatore (Serino, Avellino, 21 ottobre 1916 – Roma, 6 luglio 2016) magistrato, è stato Presidente del Consiglio di Stato dal 1980 al 1985, poi da allora fino al 1994 fu giudice della Corte Costituzionale di cui fu vicepresidente dal 1955 al 2007, e nel CdA della Svimez dal 1958 al 2005. La sua Presidenza della Cassa per il Mezzogiorno, durata oltre un ventennio, ha segnato la stagione migliore dell’intervento pubblico per ridurre il divario tra Nord e Sud, per accrescere opportunità e diritti di larghi settori sociali, per realizzare programmi ed infrastrutture necessari alle Regioni meridionali, e alla crescita e al benessere della Nazione intera.

[3] Guido Enrico Tabellini (Torino, 26 gennaio 1956), economista e accademico italiano. E’ stato Rettore dell’Università commerciale Luigi Bocconi di Milano dal novembre 2008 ad ottobre 2012. Nel 2010 ha fatto parte della Commissione di esperti del Governo Letta incaricata di redigere il disegno di legge sulle riforme costituzionali.

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