Ogni cittadino che nasce in Italia ha diritto a una stessa spesa pro capite.

Ogni cittadino che nasce in Italia ha diritto a una stessa spesa pro capite.

Gianni De Falco, presidente Ires Campania e coordinatore AIM.

 

I livelli essenziali di prestazione, i Lep, sono diventati argomento centrale di dibattito sul Mezzogiorno. La ministra Carfagna ha ribadito che bisogna puntare ad attuare questi livelli che garantirebbero un comune denominatore di servizi per tutti i cittadini italiani.

I Lep sono rimasti fermi da anni a favore della spesa storica, che tanto comodo ha fatto al gruppo di sinistra con prevalenza tosco-emiliana in accordo con quello leghista destroso lombardo-veneto, complice la Conferenza delle Regioni a guida, recentemente, dopo Chiamparino (Piemonte), di Stefano Bonaccini (Emilia Romagna). Rispetto ai criteri attuali l’attuazione dei Lep sarebbe un grande passo in avanti, questo è chiaro a tutti.

Cercherò di dimostrare che anche tale obiettivo, raggiungibile con grande difficoltà, e solo in caso di crescita del Pil consistente, è in ogni caso un obiettivo difficile e, comunque, di retroguardia.

Faccio questa affermazione perché è complicato, se non impossibile, dire a coloro che hanno oggi 10 asili nido nella loro città emiliana che devono chiuderne 5 per consentire alle città calabresi di averne uno.

Quindi la soluzione possibile sarebbe quella di destinare le risorse maggiori, che si vanno creando, a finanziare coloro che sono sotto la media, lasciando quelli sopra con i loro vantaggi, ma fermandoli, obiettivo di per se già difficile da conseguire, e con le risorse del Recovery Fund colmare il divario.

Ma tornando al tema della nostra riflessione, bisogna capire che l’adozione dei Lep giustificherebbe il concetto di residuo fiscale regionale che invece, come detto da illustri giuristi come Sabino Cassese, è la base per mettere in discussione la Costituzione. Se, infatti, il principio è quello che:

  1. tutti i cittadini, in qualunque parte del Paese nascano, hanno gli stessi doveri nei confronti del fisco, nel senso che devono versare le imposte in base alla loro capacità contributiva;
  2. devono rispondere per la difesa della patria, in funzione della loro età, come è avvenuto nelle due guerre mondiali, con un contributo di sangue analogo;
  3. sono sottoposti al potere giudiziario nello stesso modo, per cui chiunque commetta un reato è uguale di fronte alla legge;
  4. hanno gli stessi diritti garantiti costituzionalmente rispetto all’elettorato attivo e passivo;

non si può negare che hanno anche diritto alla stessa sanità e alla stessa formazione, oltre che alla stessa mobilità e allo stesso diritto al lavoro.

Ma se così è, hanno anche diritto alla stessa spesa pro capite. Ciò vuol dire che chiunque, in qualunque parte del Paese nasca, ha diritto alla stessa somma di spesa pubblica. Cosa diversa rispetto a stabilire “livelli essenziali”, che potrebbero essere più bassi, ma anche più alti, rispetto a quello che il Paese può consentirsi.

Per esemplificare, se il livello essenziale della sanità prevede che vi sia un letto in ospedale ogni 100 abitanti, sarebbe profondamente anticostituzionale che alcune parti ne avessero 2 ogni 100 abitanti. Anche se le Regioni di riferimento avessero la possibilità di consentirselo.

Perché tale approccio ammetterebbe che non è l’individuo a essere soggetto di doveri e diritti, ma che lo siano le aree. Per cui, se il Veneto produce un reddito pro capite più elevato della Calabria, esso (come i governatori leghisti della Lombardia e del Veneto, ma anche quello Emiliano romagnolo hanno richiesto con l’autonomia differenziata) ha diritto a maggiori risorse.

Per fortuna tale approccio, dopo la debacle della sanità lombarda e le differenze nelle sanità regionali, sembra essere andata in soffitta.

Vi sono molti motivi, in un Paese duale come il nostro, perché il principio della spesa pro capite uguale sia l’unico possibile, al di là della Costituzione che ne è la base.

Per esempio, il fatto che molte aziende nazionali hanno sede giuridica nella parte ricca, dove versano le loro imposte, ma hanno il contribuente colpito nella parte Sud, area prevalentemente di consumo dei prodotti nazionali.

Il fatto che il Mezzogiorno fornisca la base logistica di approdo dei migranti che arrivano da sud, con un servizio all’Italia e all’Europa per il quale non vengano risarciti: Lampedusa ne è esempio illuminante, è questione profondamente iniqua.

Il fatto che fornisca i suoi giovani formati, costati cifre incredibili, per lo sviluppo del Paese, senza alcun rimborso, è questione profondamente iniqua.

Ogni anno dal Mezzogiorno partono, per lavorare al Nord, circa 100.000 persone formate al costo minimo di 200.000 euro ciascuno portano ad un regalo che il Sud fa al Nord, come calcola Svimez, di 20miliardi, superiore alle risorse che arrivano con i Fondi strutturali dall’UE, che, peraltro, negli anni sono divenuti sostitutivi di quelli ordinari, e questa è un’altra storia.

Il fatto che arrivino i gasdotti a Gela e a Marsala, la Tap in Puglia, senza che tale passaggio porti a ristori, visto che la maggior parte di tale energia viene utilizzata al Nord del Paese e che la stessa cosa avverrà con l’energia green che arriverà dall’Africa, è questione profondamente iniqua.

L’inquinamento che viene sopportato per l’acciaieria di Taranto o per gli impianti di raffinazione in Sicilia, è questione profondamente iniqua.

Insomma, il Paese unito darebbe vantaggi a tutti, pensarlo, nei casi in cui conviene, come per l’insieme di 20 staterelli autonomi, è troppo comodo e potrebbe portare a spinte secessioniste anche dei poveri, come è avvenuto tra Repubblica Ceca e Slovacchia, in particolare in un momento come quello attuale, in cui l’ombrello europeo consente a realtà molto piccole come Malta (450mila abitanti) o Croazia (4milioni, meno della Sicilia) di essere Stato autonomo in un’Europa delle Nazioni.

Per questo il tema di fondo, per eliminare le disparità tra regioni, è quello di calcolare la spesa pubblica pro capite come ha fatto l’Agenzia per la coesione territoriale. Secondo tale fonte ci sarebbe ogni anno una differenza di importo tra Nord e Sud, rispetto ad una divisione equa, di oltre 60 miliardi, il famoso scippo denunciato dal libro di Marco Esposito “Niente al Sud” (Rubbettino editore) e dal Quotidiano del Sud.

Altri sostengono che la differenza si limiterebbe a 30 miliardi, perché contestano l’inserimento della spesa pensionistica e delle società della Pubblica amministrazione allargata.

Ma, al di là del calcolo sul quale si può disquisire e trovare un accordo, il principio di fondo che non può essere eluso è che ogni cittadino che nasce in Italia ha diritto a una stessa spesa pro capite.

Che poi ognuno possa produrre lo stesso reddito pro capite è un obiettivo dell’unificazione economica del Paese che si spera con il Recovery Fund possa essere, se non raggiunto, poiché è estremamente complicato anche per un super-Draghi, perlomeno avviata a soluzione.

Per tale impresa ci vuole grande coraggio, grande determinazione e una consapevolezza precisa dei numeri che oggi non mi pare ci sia nel Governo, nella politica e nella comunità tecnico-scientifica.

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