La superlega. Tra romanticismo calcistico ed economia.

La superlega. Tra romanticismo calcistico ed economia.

Gianni De Falco, presidente Ires Campania, coordinatore AIM.

 

mazzolaHo scritto di calcio. Nella visione romantica di un vecchio calciatore che gioca la sua ultima partita nella squadra del suo paese. Quello che in tanti rivendicano come essenza del giuoco del calcio su campi sterrati e di pietrisco.

Il vecchio calcio dello zero a zero, l’ode al pareggio “cantato” da Annibale Frossi, campione del mondo con la nazionale di Pozzo e che giocava, impensabile soltanto immaginarlo oggi, con gli occhiali. Questo è il calcio romantico del passato che fu.

Frossi lo ricordo per quella straordinaria immagine di calciatore con gli occhiali e che emotivamente ricordo nella più recente replica di mio fratello che, miope, giocava con gli occhiali nelle classiche partite di amici tra scapoli e ammogliati negli anni ottanta. Questo è il calcio romantico che ho pure io praticato. Il calcio dello zero a zero per la filosofia del “prima non prenderle” o, più terra terra, per incapacità dei protagonisti in campo.

Oppure, come scriveva Gianni Brera, che noi italiani per DNA non potevamo provare a giocare in attacco. Che il nostro fisico di gente povera, esile e malnutrita ci costringeva a pensare innanzitutto a una difesa arcigna, per poi cavarcela nelle difficoltà e in trincea.

 

 

L’ultimo episodio di “romanticismo calcistico” a mia memoria è l’immagine di un Josè Mourinho fuggito in lacrime nel tunnel del Bernabeu dopo la vittoria dell’ultima Champions League dell’Internazionale (2010-2011) e il commovente abbraccio con Materazzi. 

«Sarete campioni del mondo» disse al difensore. Così fu. Poi per circa undici anni l’Internazionale è scomparsa da coppe e campionato tornando in auge soltanto quest’anno con una presidenza cinese che ha sostituito quella “romantica” dei Moratti.

«In questo momento critico ci siamo riuniti per consentire la trasformazione della competizione europea, mettendo il gioco che amiamo su un percorso di sviluppo sostenibile a lungo termine, con un meccanismo di solidarietà fortemente aumentato, garantendo a tifosi e appassionati un programma di partite che sappia alimentare il loro desiderio di calcio e, al contempo, fornisca un esempio positivo e coinvolgente».

Con queste parole, Florentino Perez, presidente del Real Madrid, ha annunciato il desiderio di dodici club europei, tra questi tre club italiani Juventus, Internazionale e Milan, di lanciare una nuova competizione, la Superlega, un torneo a numero chiuso alternativo alla Champions League, fondato su un modello di accesso slegato dai campionati nazionali, che potremmo chiamare per riassumere “all’americana”. Come previsto, le reazioni sono state negative, sia quelle dei tifosi che dei commentatori, ma soprattutto quelle della UEFA e delle leghe nazionali dei club in questione, che hanno minacciato cause e rimozioni dai rispettivi campionati per i club coinvolti in questo progetto di secessione. 

Molto è già stato scritto negli ultimi anni sulla concentrazione sempre più oligopolistica di ricchezza e talento in pochi squadre europee, e di come questo abbia cambiato il panorama calcistico del continente. Spesso questa storia è raccontata come quella di uno sviluppo inevitabile, legato all’evoluzione della società, dei suoi consumi culturali e di cambiamenti economici strutturali legati alla globalizzazione. 

Tutte queste chiavi interpretative non sono sbagliate, però tendono a elidere le politiche economiche portate avanti deliberatamente dai club più potenti, sempre in conflitto con un movimento calcistico più ampio, un conflitto basato sulla strategia del ricatto finanziario. 

Difatti, cosa rappresenta veramente questo annuncio dei dodici club? Un progetto concreto, oppure soltanto una minaccia per ottenere cambiamenti e trarre più benefici dalle competizioni esistenti?

Guardando alla storia del modello economico del calcio europeo, è possibile individuare in quest’ultima offensiva dei club più ricchi la continuazione logica di una politica attuata dalla metà degli anni ’70, sempre fondata sull’idea di ricatto per ottenere concessioni dalle organizzazioni regolatrici del calcio. Come capita spesso con le evoluzioni del capitalismo attraverso i secoli, l’Inghilterra offre un esempio di queste strategie, che raccontano la storia di uno sport che ha intrapreso un cammino pluridecennale verso più disuguaglianza e pratiche monopolistiche, e di cui l’annuncio della Superlega è un risultato di continuità più che un fulmine a ciel sereno.

Come in molti altri paesi europei, il movimento calcistico in Inghilterra si costruì con un controllo delle possibilità di profitto offerte dalla partecipazione finanziaria nei club. L’investimento in una squadra offriva agli imprenditori un ruolo sociale e politico di punta, e non tanto un’opportunità diretta di accumulazione. 

Nel libro The Beautiful Game David Conn racconta che la Football Association (FA) già dagli albori del XX secolo impediva forme di speculazione finanziaria da parte dei proprietari di club: i dividendi distribuiti erano limitati, e il plusvalore generato dalla vendita di un club doveva essere investito in istituzioni municipali o organizzazioni caritative. Il principio di una condivisone equa dei ricavi, già presente nel caso degli incassi dal pubblico allo stadio, fu stabilito con il primo contratto televisivo firmato con la BBC nel 1965, con i fondi spartiti in parti uguali a tutti i 92 club. 

Negli anni ’70 e ‘80, una crisi della profittabilità globale nel settore industriale portò a cambiamenti nelle strategie di crescita dei capitalisti del mondo occidentale. I proprietari di Manchester United e Arsenal ne furono gli esempi più palesi. L’impresa nell’industria delle carni della famiglia Edwards, proprietaria dei Red Devils, entrò in crisi e li portò a guardare al calcio come strategia di accumulazione. 

David Dein, un broker di materie prime, comprò azioni dell’Arsenal nel 1983 e ne divenne amministratore delegato, per una somma che l’allora presidente del club qualificò di “soldi buttati dalla finestra”. Invece fu un investimento molto lucrativo, da mettere a confronto con l’impresa precedente di Dein, che si occupava della vendita di materie prime ed entrò in crisi lo stesso anno del suo investimento nell’Arsenal.

Gli anni ’80 furono per i club inglesi più ricchi l’inizio di un processo di finanziarizzazione, che con le loro entrate in borsa offrirono nuove opportunità, che però avrebbero potuto essere realizzate solo allentando o rimuovendo le regole che reggevano il calcio inglese. Il ricatto alla secessione continuò quindi per tutto quel decennio, guidato dalle “Big Five” (Manchester United, Arsenal, Liverpool, Everton e Tottenham). Questi club ottennero nel 1983 la fine della condivisione degli incassi agli ingressi e, mentre i diritti televisivi passavano da 5,2 milioni di sterline nel 1983 a 44 milioni nel 1988, le “Big Five” minacciarono di nuovo di lasciare la First Division nel 1985, ottenendo un compromesso con la condivisione disuguale dei ricavi televisivi (50% per la prima divisione, 25% per la seconda, e 25% per la terza e la quarta). 

Quando i diritti televisivi furono venduti per 305 milioni di sterline nel 1992, solo i venti club di questa nuova Premier League si spartirono quei soldi. 

Come dimostra l’esempio della mercificazione del calcio inglese, la minaccia di andarsene era la premessa delle concessioni ottenute dai club più ricchi. Questo è soprattutto l’esempio di una strategia più generale del capitale emersa al contempo nelle politiche neoliberiste in tutto il mondo durante quel periodo storico. Con la maggiore integrazione economica legata alla globalizzazione, la minaccia di uno “sciopero del capitale” è stata tipica dell’Europa degli ultimi quarant’anni. Nel 1983 per esempio, il presidente francese François Mitterrand per queste ragioni dovette rinunciare alle sue riforme socialiste per il quale era stato eletto due anni prima, per istaurare una “svolta dell’austerità”, nuove politiche neoliberiste di deregolamentazione e privatizzazioni.

“Bisogna volere il troppo per ottenere il poco”, dichiarava Pier Paolo Pasolini nel 1973, difendendo la radicalità degli esponenti di Lotta Continua. Si dà il caso che questo aforismo sia stato in realtà seguito con grande successo da forze politiche diverse, in un quadro generale di deregolamentazione votata all’accrescimento delle rendite finanziarie legate alla mercificazione del calcio.

Tornando al pallone questa parentesi generale dimostra che la Superlega si iscrive in un quadro globale di ricatti fatti dagli attori più potenti di settori economici. Nel caso della Superlega, solo i prossimi mesi ci potranno dire se rappresenta un progetto concreto o se è un bluff, una strategia di negoziazione per ottenere maggiori concessioni dalla UEFA nell’organizzazione della nuova Champions League. 

Al di là del ricatto finanziario però, esiste anche un ricatto morale. 

In primo luogo prende la forma della naturalizzazione, cioè di una naturale evoluzione dell’economia calcistica che renderebbe obbligatori questi cambiamenti. Con questa premessa, il sostegno a questi cambiamenti viene qualificato come progressista, lungimirante, mentre gli oppositori vengono descritti come conservatori, dinosauri sclerotici, difensori nostalgici dello status quo. 

Le tante voci che si sono alzate per criticare il progetto di Superlega hanno tutte rilevato quanto la nozione di lega chiusa, senza promozioni né retrocessioni, rappresenti uno spartiacque nella storia del calcio, l’importazione di un modello di lega sportiva americano. 

Sarebbe comunque bene notare che anche se, in teoria, qualsiasi squadra può arrivare in Champions League e vincerla, in pratica i successi sportivi nazionali e internazionali sono sempre più concentrati tra i club più ricchi, e la tendenza non sta cambiando, anzi. 

«I piccoli club», dichiarava Martin Edwards (presidente del Manchester United) nel 1985, «ci stanno dissanguando. Per il bene del calcio, devono essere neutralizzati». 

Un argomento non dissimile da quello portato avanti, su una scala diversa, dai difensori di questa nuova Superlega. 

Un tono non dissimile da quello di Claudio Lotito (presidente della Lazio) nel 2015, quando lamentava la presenza di squadre troppo “piccole” in Serie A, dichiarando: «Se mi porti su squadre che non valgono un cazzo… Noi fra due o tre anni non c’abbiamo più una lira». Una dichiarazione in “stil novo” e romanticamente legato ancora ad una moneta che non è più circolante.

Questi esempi dimostrano che criticare la Superlega non può significare erigere una nostalgia per un calcio “di prima”, o sdoganare le élite calcistiche nazionali, che ora si ritrovano vittime di dinamiche che loro stesse hanno imposto a realtà calcistiche inferiori del proprio paese. 

Gary Neville, ex calciatore e uno dei migliori osservatori del calcio in Inghilterra, a mio parere è caduto in questa trappola quando si è lanciato in una diatriba contro i proprietari americani dello United, confrontandoli con i valori diversi della sua squadra nei decenni passati. 

Il mio calcio romantico si è fermato a Sandro Mazzola in campo. Oggi Sandrino guarda alla proposta di Superlega con favorevole interesse. Forse chi ha attraversato i tempi dello zero a zero e vissuto il “romanticismo calcistico” non conosce l’ipocrisia nostalgica di tanti protagonisti di oggi nel mondo di “eupalla” e del giornalismo tifoso e disinformato.

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