In tv un solo Paese… ma non il nostro.

In tv un solo Paese… ma non il nostro.

Gianni De Falco, presidente Ires Campania e coordinatore AIM

 

Amadeus sarà il conduttore del prossimo Festival di Sanremo. Mancano appena sei mesi all’evento e già la tv pubblica strombazza la notizia, che, evidentemente, tra crisi economica e sanitaria, interessa molti italiani. Il festival è un evento oramai conosciuto in tutto il mondo, con ascolti da capogiro e tradizione importante. Bene ha fatto la Rai a farne uno dei programmi di punta della propria programmazione.

Il servizio pubblico spesso sponsorizza eventi importanti del Paese che vengono conosciuti e apprezzati, oltre che in Italia, in tutto il mondo.  

Il Teatro La Scala è al centro della programmazione dell’Opera lirica. Rai5 vive trasmettendo le opere, sempre con un cast di primissimo piano, che La Scala propone. Così come tutto quello che accade all’Arena di Verona costituisce evento nazionale. E il Festival del Cinema di Venezia ha sempre grande spazio, come è giusto, nella programmazione televisiva pubblica.

La domanda che ci si pone, però, è se un servizio pubblico possa concentrarsi solo sugli eventi di una parte del Paese, anche se questi dovessero essere migliori rispetto a quelli che si svolgono in altre parti.

Se una televisione pubblica, pagata con i canoni di tutti gli italiani, peraltro non in proporzione al loro reddito tranne che per poche fasce, esentate, si possa consentire di concentrarsi solo su una parte.

Se, per esempio, non si possa e non si debba puntare anche sugli eventi, per esempio, del teatro greco di Siracusa, rappresentazioni uniche al mondo o se non si possa spingere eventi che si svolgono a Ravello o a Taormina, piuttosto che a Segesta o a Ercolano, a Pompei, a Napoli.

In realtà l’esigenza che il Sud abbia media nazionali che facciano da megafono rispetto non solo agli spettacoli, ma alle istanze, alle problematiche di questi territori diventa sempre più importante.

E invece si assiste alle progressive chiusure di testate (ultima La Gazzetta del Mezzogiorno) che in ogni caso non sono state mai nazionali, ma che hanno rappresentato voci di queste terre.

E anche nell’informazione il Sud diventa area colonizzata, nella quale arriva quello che la classe dirigente nazionale, prevalentemente centrosettentrionale, vuole che arrivi. 

Nella quale passa soltanto l’informazione canonica che difficilmente dà spazio a visioni eretiche o a punti di vista meno maggioritari.

L’informazione sulle problematiche economiche e sociali del Sud vengono trattate nella stessa misura. I giornalisti, soprattutto di alcune testate sia pubbliche che private, raccolgono informazioni, bene che vada, dai tassisti o dalla signora Pina nel mercatino (con tutto il rispetto per i tassisti e per la signora Pina), per poi dare un’immagine del Sud pittoresca ma non veritiera.

Tutto questo non giova al Paese, perché la mancata conoscenza della realtà porta a decisioni del governo nazionale totalmente distanti dalle esigenze reali.

Mentre interessi di parte, spesso proprietari di media nazionali, fanno il loro mestiere per difendere interessi consolidati o per accreditare verità parziali. 

L’informazione recente diffusa nel Paese a proposito della pandemia dà una visione della realtà che conduce al discorso fatto fino ad ora. Quando vi è da intervistare un virologo, un medico, non si capisce perché debba essere di Bologna o Genova o Milano o New York, come se i ricercatori e i medici del Mezzogiorno fossero di livello inferiore ai vari Galli (ci sono, non ci sono, ci sono sempre e contesto Ascierto), Burioni, Bussetti, Capua e così via, oggi più famosi come personaggi da operetta in perenne contestazione l’uno dell’altro. 

Oppure perché dal Mezzogiorno sono partite alcune riflessioni non in “linea” con gli interessi consolidati (Tarro fin dalla prima ora, «i virologi sono pochi, gli altri sono tuttologi che servono a poco» e invitò ad utilizzare il sangue prelevato dai guariti, tecnica sperimentata con successo a Pavia e Mantova; Ascierto sulle terapie alternative salvavita, approvate da AIFA ma contestate dai luminari Galli, Burioni e compagnia bella). 

Questo avviene anche quando si parla di Economia, per cui le università meridionali sono sempre sottorappresentate.

Si capisce che questo poteva avvenire quando le trasmissioni venivano realizzate con la presenza fisica, e allora era più facile utilizzare professionalità più vicine. Ma adesso che tutto avviene via web non si capisce questa discriminazione. Se non con un preconcetto di fondo, sempre presente, che le professionalità sotto Roma siano di serie inferiore.

Peraltro anche i direttori di giornali che vengono chiamati sono sempre di una parte, anche se magari dirigono testate assolutamente con diffusione limitata e a tanti sconosciute, come La Nazione, La Verità, Il Dubbio, La Notizia, ma che hanno grande spazio, e tutto ciò avviene anche nella televisione pubblica.

Sindrome da vittimismo, la mia, o reale fenomeno da denunciare? Certamente è un argomento sul quale riflettere.

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