Le statistiche di Trilussa per non capire il Paese.

Le statistiche di Trilussa per non capire il Paese.

Gianni De Falco, Presidente Ires Campania, coordinatore A.I.M.

 

                                                                                                                 I dati dicono molto, a volte troppo.

 

I Paesi sono due: per reddito pro capite, per tasso di povertà, per tasso di occupazione e disoccupazione, per occupazione in agricoltura, per export pro capite, per addetti all’industria… ed allora è bene che le istituzioni nel continuare a darci i dati medi, contemporaneamente ci forniscano quelli territorializzati.

Le statistiche Istat, per esempio che riguardano i dati economici del Paese rispecchiano perfettamente quelle di Trilussa per cui c’è chi mangia un pollo e chi non ne mangia affatto e però si comunica che ne hanno mangiato mezzo a testa.

Questi purtroppo sono dati finti. E possono essere distorcenti. Forse interessano poco. L’Istat dia perlomeno contemporaneamente anche i dati per aggregazione territoriale, Nord, Centro e Sud.

Che senso ha dire che la disoccupazione è in media del 10% se poi nella realtà c’è, da una parte, la piena occupazione e, dall’altra, solo il 20%? Se in una lavora una persona su quattro ed in un’altra una e mezza su due?

In statistica sappiamo che la media ha poco senso se vicino non metti la variabilità. Cosa diversa è dire che l’altezza media di una classe è di 175 centimetri se poi è formata da dieci giganti di 190 e da dieci nani da 130 rispetto ad una che ha tutti ragazzi tra 170 e 180.

Oggi l’istituto nazionale di statistica fornisce dati che in alcuni casi non ci fanno capire nulla, ma su quelli, purtroppo, si imbastiscono riflessioni e commenti, si programma il futuro.

Si parla, per esempio, di una consistente ripresa post pandemia (presumo post prima e seconda ondata). Che l’occupazione aumenta con ritmi interessanti. Ma poco sappiamo in quale parte del Paese ciò avviene. Nell’immaginario (e per la statistica media) dovrebbe riguardare tutte le parti ma così non è.

Si comunica che il PIL sta crescendo… ma dove e di quanto? Gli incrementi percentuali fanno capire poco considerando i diversissimi dati di partenza. Perché anche capire da dove si parte è importante.

Cosa diversa è dire che si ha un incremento di occupazione, anche di poco, dove lavora una persona e mezza su due, quindi da una base consistente, e dove invece una su quattro.

In generale tutti i fornitori di dati ufficiali lavorano come se il Paese fosse unitario, come quello francese, ma noi, lo sappiamo, siamo in una situazione completamente differente, con un accentuato dualismo. L’Istat potrà affermare che spesso vengono diffusi anche dati territoriali e che rispetto a molti paesi europei l’abbondanza di dati non ha confronti, ed è anche vero. Ma spesso la cadenza delle diffusioni sono diverse e per questa ragione si ingenerano confusioni, a volte volute, in altre certamente strumentalizzate dai media, pubblicando dati abbastanza incoraggianti senza mettere in evidenza che, in realtà, in alcune parti del Paese (prevalentemente nel Mezzogiorno) la situazione resta estremamente complessa.

E poiché il nostro Paese non ha ben compreso l’entità della problematica/opportunità del Mezzogiorno, sarebbe cosa giusta fare un’operazione verità, che faccia comprendere a tutti la vera realtà, offrendo una lettura reale delle differenze.

Spesso l’informazione e i media, quando per esempio si parla di chiusura di attività d’impresa nelle varie parti del paese, dimensionano i casi di crisi come se fossero analoghi. Invece è sempre bene far notare che quando si chiude una fabbrica a Napoli (p.e. Whirlpool 430 addetti circa) quello è l’unico posto di lavoro che mantiene una famiglia che viene meno (1.100 unità) , mentre se lo stesso problema lo si ha a Reggio Emilia probabilmente è uno dei due lavori che viene perduto dalla famiglia. Non che non sia grave lo stesso ma certamente lo è meno di quando non vi è più sostentamento.

Questa problematica dei dati medi viene vissuta anche a livello europeo. Per esempio quando si parla di avere diminuzione di tassazioni in un paese si pretende, da parte dell’Unione, che essa sia estesa a tutto il territorio nazionale. Ma nel caso dell’Italia è proprio un fatto differenziale quello che serve, cioè che si diminuiscano i livelli di tassazione solo in quella parte che deve attrarre gli investimenti dall’esterno dell’area.

Cuneo fiscale differenziato, tassazione degli utili di impresa in modo diverso, sono strumenti importanti per attrarre investimenti ma devono essere obbligatoriamente differenziati.

Non avrebbe senso che fossero uguali per il bergamasco, dove è necessario probabilmente sfoltire la base produttiva per diminuire l’inquinamento e contenere l’antropizzazione, e per molte province del Mezzogiorno (isole comprese) nel quale invece è necessario attrarre nuove aziende, visto che non vi è alcun tessuto produttivo.

La stessa problematica riguarda anche Banca d’Italia, che per esempio, per quanto attiene ai tassi di interesse praticati per aree territoriali li fa derivare non da una rilevazione campionaria apposita ma da dati di risulta della Centrale rischi, con una serie di distorsioni che rendono tali dati, estremamente importanti per calcolare il costo del denaro e la differenza esistente tra le varie aree.

Non bisogna dimenticare mai che i Paesi sono due e che le medie che lo riguardano rappresentano poco o nulla se non affiancati dalla loro variabilità altrimenti la rappresentatività ed il contributo alla conoscenza dei dati diffusi sarà sempre meno rilevante. E finiranno per determinare “sviluppi” distorti e politiche fallimentari.

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